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SERIE A, CRISI TOTOALE. TUTTI I CLUB IN ROSSO
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TornareIl calcio resta lo sport più amato dagli italiani, ma nel terzo millennio è sempre più un'azienda che il dossier «Report Calcio 2011» analizza sotto il profilo economico e finanziario. Il documento - elaborato dal Centro studi, sviluppo e iniziative speciali della Figc con l'agenzia di ricerche e legislazione Arel e PricewaterhouseCoopers, e presentato a Roma nelle sale di Palazzo Altieri - traccia un quadro dettagliato per la stagione 2009-'10 confrontandola anche con i principali movimenti europei. Rispetto ai quali è ancora troppo sbilanciato il rapporto tra ricavi dovuto ai diritti televisivi e la rimanente parte di introiti. Per la prima volta nella storia del calcio italiano, infatti, la Serie A ha sfondato il tetto dei 2 miliardi di valore della produzione, con i diritti tv che però hanno inciso per il 48 per cento (999,4 milioni di euro).
D'altronde, il 65 per cento dei ricavi del campionato italiano deriva proprio dai soldi delle televisioni (50 in Inghilterra, 38 in Spagna e 32 in Germania), mentre le entrate da sponsor e merchandising e da stadio toccano rispettivamente il 20 e il 15 per cento. Decisamente significativa anche la perdita netta prodotta dal calcio professionistico italiano nella stagione 2009-'10 pari ad oltre 345 milioni, con solo 15 dei 132 club che hanno riportato un utile. E il distacco dalla Premier league sul fronte del fatturato: 2.440 milioni in Inghilterra contro 1.536 milioni di euro della Serie A.
La forte incidenza percentuale dei diritti tv rappresenta quindi il segnale delle difficoltà delle società italiane a sviluppare altre forme di ricavo legate al potenziale sfruttamento del marketing e del merchandising e dello stadio. La strada da percorrere per la sopravvivenza dei club è quindi quella della patrimonializzazione. «Sarà indispensabile nei prossimi anni avviare una nuova generazione di stadi perché il ritardo accumulato è significativo e non è possibile accumularne altro», ha sottolineato in merito Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio. Il tema degli stadi di proprietà, però, è strettamente connesso al disegno di legge sull'impiantistica sportiva che da un anno è fermo alla Commissione cultura della Camera dopo che il testo era stato approvato all'unanimità al Senato.
Nonostante l'età media degli impianti in serie A sia di ben 69 anni. Anzianità che si ripercuote negativamente anche sulla fruibilità visto che il tasso di riempimento è fermo al 61 per cento contro il 92 di quelli inglesi, l'88 per i tedeschi, il 73 spagnolo e il 69 della Francia.
A completare il trio di criticità del calcio italiano è la mancanza di una politica indirizzata ai giovani. Lo scorso anno le società del massimo campionato hanno investito nei settori giovanili 67,8 milioni di euro (appena il 5,63 per cento del fatturato). A fronte di 177 giovani stranieri tesserati (di cui ben 129 extracomunitari) sono stati solo 49 i calciatori formati nel settore giovanile ed entrati nella rosa della prima squadra. La Serie A, poi, oltre ad avere un'età media complessiva elevata, si è distinta anche per essere - tra le cinque top league europee - quella in testa alla graduatoria dei giocatori più giovani scelti all'estero.
iL PALLONE SI STA ROMPENDO
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